Dal teatro Dal Verme di Milano, l’inventore anche del touch screen (prima di Steve Jobs), classe 1941, ha parlato di fisica quantistica, scienza e coscienza. «Se crediamo, come vogliono farci credere, che l’Intelligenza artificiale stia diventando cosciente, allora diventeremo suoi schiavi. Se invece pensiamo di valere di più, ci sforzeremo di usarla eticamente»
Chiamiamo intelligenza ciò che intelligente non è. L’intelligenza artificiale è un’imitazione di ciò che conosciamo. Ti dà l’impressione di saperla lunga. perché ha accesso a una quantità di memoria superiore alla nostra e può recuperare informazioni con velocità estrema, ma in realtà non sa nulla. La sa più lunga solo quando noi non ne sappiamo niente». Federico Faggin, 85 anni, il più grande inventore vivente, uno degli scienziati più importanti del nostro secolo, è a Milano al teatro Dal Verme. Duemila persone lo ascoltano in silenzio per due ore. Poi un’infinità di mani alzate per fargli domande. La serata, organizzata dal Progetto Itaca (associazione che promuove programmi di informazione e supporto a chi soffre di disturbi della Salute Mentale) si intitola: “La coscienza nell’era dell’intelligenza artificiale”. E Faggin esordisce così: «La coscienza è ciò che ci distingue dalle macchine. È la coscienza che comprende, prova sentimenti ed emozioni. Se non avessimo questo sentire, saremmo robot. La macchina non sente. Non risponde, se non è stata programmata».

Questa è la prima di una serie di conferenze chiamate “Incontri con la scienza”. Il dialogo è profondo. Al centro del dibattito, alcune grandi domande dell’era moderna: “Può l’Intelligenza artificiale sostituire la coscienza?” “Che cos’è il libero arbitrio?” “Come possiamo rimanere al centro?”. «Noi non siamo macchine. Siamo molto di più. Siamo coscienza appunto, siamo esseri spirituali, temporaneamente imprigionati in un corpo fisico simile a una macchina– Faggin lo ripete più volte- Se crediamo, come vogliono farci credere, che l’AI sta diventando cosciente diventeremo suoi schiavi. Se cominciamo a credere di essere macchine e di essere superati dall’intelligenza artificiale, ci lasceremo andare. Se invece pensiamo di valere di più, faremo lo sforzo di capire e di andare a fondo nella nostra umanità per usare l’intelligenza artificiale eticamente».
Faggin passa alla fisica alla fisica quantistica, dallo spazio alla medicina, fino alla spiritualità. Mette in luce come questa tecnologia sia uno strumento prezioso nel contesto moderno. «Ci permette di risparmiare un sacco di tempo, ma solo se la sappiamo più lunga di lei. VI faccio un esempio: conosco bene sia la lingua italiana sia la lingua inglese. Mi sono fatto tradurre tutto il mio libro in inglese. Lo ha fatto in un minuto, io ci avrei impiegato 30 giorni. Poi l’ho rivisto tutto, parola per parola. Qualche parola sbagliata in ogni pagina va corretta. Ma ecco la sorpresa: ogni tanto c’è una frase che dice addirittura l’opposto di quello che io dico nella lingua originale. Usa parole che io non avrei mai usato. L’intelligenza artificiale, se lasciata libera, finisce per dice stupidaggini».
Padre del primo microprocessore, fisico, creatore della tecnologia touch prima che la lanciasse Steve Jobs, con le sue idee Faggin ha fatto la storia dell’informatica. Cittadino americano, è l’unico italiano presente al Computer History Museum di Mountain View. Ha contribuito più di ogni altro al mondo della tecnologia. Di lui, Bill Gates disse: «Prima di Faggin, la Silicon Valley era semplicemente la Valley». Nel 2010, Obama lo premia con una medaglia d’oro per l’innovazione.

E dopo aver avuto tutto dalla vita: successo, soldi, fama, ha iniziato a volgere il suo sguardo dentro l’essere umano e a chiedersi che cos’è la coscienza. «Avevo tutto ma non ero felice e ho iniziato a chiedermi: chi sono?». 36 anni di studio dopo si è battuto per una nuova scienza che include la spiritualità, due mondi spesso considerati incompatibili tra loro. «Scienza e spiritualità possono produrre qualcosa di incommensurabilmente più potente della loro somma».
L’incontro al teatro è straordinario. Faggin parla, fa una lezione di fisica, spiega la differenza tra la fisica tradizionale e la fisica quantistica. «Se io gettassi questo bicchiere, la fisica classica descriverebbe il movimento nello spazio e nel tempo, la fisica quantistica non può farlo. La fisica quantistica ci dice che esiste una realtà più profonda di quella definita dallo spazio e dal tempo. Descrive una realtà da cui emerge la realtà che noi conosciamo e misuriamo. La fisica quantistica nella mia teoria rappresenta la mente dell’universo». Ci spiega la scienza dell’informazione. «La scienza chiama informazione simboli senza significato, per noi simboli senza significato non sono nemmeno un’informazione».
Poi ci racconta del Postulato dell’essere, a cui è arrivato tre anni fa. «Noi siamo una parte intera di Uno. Uno è la totalità di ciò che esiste e ha tre caratteristiche: è dinamico, olistico (non è fatto di parti separabili ma tutto è interconnesso), vuole conoscere se stesso».
A quel punto il conduttore cerca di riportarlo a noi. Faggin si prende in giro. Fa battute in veneto. Perde il filo, lo dice e un secondo dopo lo ritrova. «Sto diventando vecchio». Chiede al pubblico: “Chi ha fatto esperienze premorte?”. Guarda la sala per contare le mani alzate. Chiede silenzio prima di parlare. E poi si dà completamente, spiega, rispiega, approfondisce e quando non sa cosa rispondere perché le domande sono strampalate (una persona gli ha chiesto come può la coscienza resuscitare), lui taglia corto: “Grazie per la risposta”. La sala ride e lui aggiunge. «Io non sono un profeta, sono uno che ci ha pensato tanto e che comunica quello che pensa sia più vicino alla verità, non la verità. Vi incoraggio a scoprire la vostra umanità attraverso un processo personale perché non si può cambiare il mondo da fuori. Si può solo cambiare, cambiando noi stessi. Ciascuno deve provare a scoprire dove ci sono i suoi altarini sepolti, accettare quello che è, prendersi le proprie responsabilità».
Torna a parlare di Intelligenza artificiale. «Non è intelligenza. Perché un sistema senza conoscenza, senza coscienza, senza esperienza, senza significato non è intelligente: è solo calcolo. È un gioco di simboli senza significato. L’intelligenza è creativa perché porta in esistenza qualcosa che prima non c’era. Un computer non crea nulla: usa i nostri simboli che gli abbiamo dato e ce li ripropone come li ha imparati, e li riorganizza secondo regole che abbiamo scritto».

Ci invita a usarla, ma non a considerarla un oracolo. «Per i problemi matematici è infinitamente più veloce e più capace di noi. Nei sistemi con delle regole, come il gioco degli scacchi, è fortissima. È un aiuto enorme. Non buttatela, ma non scambiatela per qualcosa che non è. Se fate domande di senso o di comprensione, sembra che capisca ma non capisce niente. Quando facciamo una domanda, prende le nostre 10 parole e per risponderci cerca la parola più probabile. Quasi random, come se tirasse a sorte». E poi parla di sé. Racconta di quella volta che gli ha chiesto: “Spiegami la teoria di Faggin”- «Mi ha fatto una bellissima descrizione, migliore di quella che possono fare il 70% delle persone che legge il mio libro, ma ho colto differenze, ombre di interpretazione che non centravano niente con quello che io avevo detto. Noi abbiamo la capacità di distinguere e di discriminare, cosa che invece l’intelligenza artificiale non ha. L’Intelligenza artificiale ci dà un frullato della conoscenza».
Consapevolezza prima di ogni cosa. «Infine evitiamo di abusare dell’Intelligenza artificiale, perché diventeremo sempre meno intelligenti. Personalmente non riesco più a fare le divisioni, perché me le fa la macchina. Però mi ricordo come si fanno: ci metterò molto tempo, ma lo farò». Per governarla, bisogna capirla. E non smettere mai di studiare.
A 85 anni, Faggin continua da lì.
Articolo pubblicato su StartupItalia: https://startupitalia.eu/tech/faggin-federico-microprocessore-dal-verme/ Autrice Eleonora Chioda in data 29/04/2026